Paura.

Sogni. Ricordi. Speranze. Sbronze. Albe. Tramonti. Viaggi. Libri. Musica. Odori. Suoni. Sensazioni. Gioie. Delusioni. Lacrime. Persone. Di tutto questo siamo fatti. E di molto altro che nessuno potrà scoprire, perché non riusciamo mai a fidarci completamente di chi abbiamo vicino, perché non vogliamo scoprirci del tutto, perché abbiamo paura.

Disegnarti. Ogni volta.

Il bene, il male, l’amore, l’odio, il bello ed il brutto. E molto altro. Lo disegnano ogni giorno quelli che sognano, immaginano, pensano, ricordano, amano. Disegnano quel che è stato, quello che sarà, tutto quello che invece non è stato possibile e anche tutto ciò che non può finire. Io ti disegno tutti i giorni. Poi ti cancello e ti disegno di nuovo.

Emozioni.

Nanà (Emozioni, 27 giugno 2017)

Su, traducimi un emozione! Lo sai fare tu? Io sicuramente no, ma posso avvicinarmi alle emozioni, ogni volta che chiudo gli occhi e ricordo, ogni volta che lo sguardo attraversa un momento particolare, ogni volta che la tristezza mi prende, ogni volta che il dolore mi accompagna, ogni volta che rido di cuore, ogni volta che ascolto una musica, ogni volta che ballo a tempo di una canzone, ogni volta che un amico mi abbraccia, ogni volta che un bimbo gioca felice, ogni volta che guardo questo tramonto che colora il cielo di rosso acceso, ogni volta che rivedo un falco che attraversa una nuvola, ogni volta che… Non possiamo raccontarle le emozioni, per ognuno di noi è diversa l’intensità e il momento. Possiamo però lasciarle entrare in noi, viverle, e accompagnare il momento, quel momento con tutta la nostra capacità di trattenerle il più possibile. Quelle emozioni, diventeranno i nostri ricordi, belli, brutti, gioiosi, intensi, passionali, melanconici, insomma, saranno la parte più grande della nostra vita, sono le emozioni che ci fanno crescere. Immagina cosa può provare un neonato, nel momento del parto, e l’emozione che avrà nel sentirsi poi sicuro tra le braccia della propria mamma che emozionata gli sorride per la prima volta o il primo bacio, scambiato tra i corridoi della scuola, di due adolescenti, con il cuore che batte a mille tra la gioia di scoprire l’amore e la paura di essere scoperti dagli insegnanti. Traduci ora un emozione, la più piccola o la più grande che hai provato, io forse potrò immaginare, ma non potrò capire, la TUA emozione.

“…capire tu non puoi

Tu chiamale se vuoi

Emozioni…”

Nanà

Chiudersi.

Chiudersi in un silenzio assordante, perché di parole ne sono state dette fin troppe. Ascoltare il rumore del proprio respiro, il battito di un cuore, il ticchettio di un orologio, lo scricchiolio di una sedia appena mi ci muovo sopra. Guardare tutto e non vedere nulla. Ascoltare tanto e non sentire niente. Pensare senza sosta, fino al malditesta. Chiudere gli occhi e farsi abbracciare dal buio.

Che bello, arriva la pioggia.

NANA’

Che bello, arriva la pioggia,

14 settembre 2017

Fuori della finestra stasera il buio è arrivato prima del solito, ma si vedono gli alberi piegati dal vento forte, sta arrivando un temporale, sicuramente nell’aria si sentiranno mille profumi e odori… sai quell’odore della pioggia che arriva prima, molto prima delle prime gocce?

È un profumo che adoro, sa di bagnato e pulito, sa di aria fresca e di libertà.

Qui, in questa stanza, invece, si sente sempre la stessa temperatura, lo stesso odore, lo stesso rumore, le stesse parole condivise tra chi ha il mio stesso destino, le stesse speranze. Ma sta per piovere e quel vento fuori mi porta pensieri, sogni, desideri e una rabbia, che rabbia a non essere lì fuori.

Sto pensando a Rollye, il vecchietto, si starà nascondendo sotto al letto, ha paura dei temporali ed io non sono lì ad accarezzarlo per tranquillizzarlo. È l’unica paura che non sono riuscita a togliere a quel cagnolino abbandonato che presi con me ormai 13 anni fa, Jonny invece, sicuramente starà annusando sotto la porta, annusa e mugola mi guarda invitandomi ad aprire quella porta, libero di correre sotto la pioggia, ad abbaiare felice al tuono, rotolarsi nelle pozzanghere e leccare le goccioline che gli arrivano direttamente sul nasino. Lui è come me, ama stare sotto la pioggia, tra le gocce che arrivano tra i capelli e che scendono nella fronte, che bagnano gli occhi… diventano mille carezze, lavano e nascondono lacrime, rinfrescano la bocca e la preparano a nuovi sorrisi.

E penso a te, ai tuoi desideri, gli stessi miei e al mio volerli esaudire, nonostante le mille paure e al mio maledetto orgoglio nel nascondere a tutti il mio dolore e il mio star male, sto imparando a condividerlo con te, senza remore, perché non c’è pietà nelle tue parole, solo forza e incitamento al mio coraggio, che spesso dimentico.

Non voglio la pietà, non voglio la commiserazione. una delle cose che mia madre, invece…. adora, ed io non sono mia madre… io non voglio assomigliare a lei.

Perché esistono madri che ucciderebbero per proteggere i propri figli, madri che uccidono i loro figli, poi c’è lei, che vive per il piacere di uccidere l’animo dei suoi figli, piano piano, giorno per giorno. Non posso odiarla, è mia madre, ma non voglio essere come lei!

Ecco arrivano le prime gocce su questo vetro sterile. Piove…e vorrei essere nel centro del piazzale ci ballerei stasera, sotto questa pioggia leggera. Balli con me?

Nanà

L’arancia

Turno di pomeriggio. Arrivo e trovo il brasiliano, che ha fatto cambio turno con SocioFra. Mi sta bene, ci si lavora in tranquillità con lui. Entriamo in reparto e sorpresa delle sorprese, non dobbiamo fare niente… Stipendio rubato per oggi va! Salta fuori Maurizio, meccanico (con i controcazzi) e copia sputata di Franco Franchi, che ci dice “oh minchia, io ho una sacco di minchia di cose da fare, minchia! Vi va di darmi una mano?” 8 ore sono lunghe da far passare se non c’è niente con cui impiegare il tempo, quindi perché non aiutarlo? Ad un certo punto mi chiede di tirare su i cilindri, 4 marcantoni da 35 tonnellate l’uno, che qui dentro vengono venerato come degli oggetti di culto. Mi si gela il sangue, io quei così non li ho mai movimentati. Vabbè, col cazzo che mi tiro indietro! Carroponte alla mano e seguendo le indicazioni del meccanico riesco a fare tutte le manovre…. Giuro che ho avuto il culo stretto per tutto il tempo, ma ci sono riuscito. Forse un po’ più lento di quanto avrebbe fatto qualche altro mio collega, ma sticazzi…. Insomma, 3 orette sono volate. Finito tutto, mi sono piazzato nel mio angoletto da imbosco e mente mi fumavo una sigaretta in santa pace, ecco arrivare Maurizio, con un’arancia in mano. “Sai. Io sto qua dentro da una decina d’anni e ne ho vista gente convinta di saper lavorare. Tu hai lavorato con umiltà ed hai imparato molto da quando sei qui”, mi lancia l’arancia e va via. È incredibile come un complimento possa sollevare il morale di una persona. Adesso mentre butto giù queste due righe, mi sbrano la mia meritata ricompensa. Ho mandato un messaggio a SocioFra dicendogli dei cilindri. Mi ha risposto che sapeva già tutto, Maurizio mi aveva preceduto scrivendogli. Fossero tutte così le domeniche al lavoro…

NANÀ.

Tempo fa, grazie a Twitter, ho conosciuto una persona con la quale ho stretto un bellissimo rapporto di amicizia. Ora non ho più la possibilità di scriverle e di parlarle perchè a volte la vita è bastarda e per cause che non starò qui a dirvi la mia cara amica Nanà non c’è più. Con lei ho parlato di molte cose, dalle più futili alle più serie. Ho avuto la fortuna di poter scrivere alcune cose insieme a lei, basandoci su un argomento che ci vedeva in accordo totale: la musica. Amava la musica Nanà, aveva orecchio, era il suo ambito lavorativo ed ogni volta che ne parlava io assorbivo nozioni su nozioni , esattamente come una spugna che si riempie di acqua. Ma Nanà era molto altro, molto di più: sensibile, simpatica, intelligente, ironica, malinconica, era una bella persona Nanà. Non ci siamo mai conosciuti di persona io e lei, anche se con molta probabilità sapevamo reciprocamente di noi almeno quanto possa sapere chi ci conosce da molto tempo. Ci eravamo ripromessi che ci saremmo incontrati alla prima occasione per sederci a chiacchierare davanti ad una birra; purtroppo questa cosa non sarà più possibile, ed eccoci al motivo per cui mi ritrovo qui a trattenere le lacrime mentre scrivo queste poche righe: anche Nanà aveva un blog su WordPress, come lo avevo io, nel quale raccontava di sè, nel quale esprimeva i suoi disagi e le sue gioie, attraverso il quale portava per mano nei suoi pensieri chiunque l’abbia letta. Il suo blog, per volere suo, verrà chiuso. Io però ho avuto il permesso dai suoi cari di trasferire i suoi scritti sul mio blog per far sì che nulla vada perso e per potere, seppure in modo del tutto immaginario, farmi quella birra insieme a Nanà ogni volta che la leggerò. Ogni cosa che la mia amica aveva scritto verrà riportata qui, voi che leggete saprete che si tratta di qualcosa di suo perchè inserirò l’ashtag #nanà. Vi ringrazio.

Un piccolo appunto a chi legge

Non c’è un ordine cronologico di ciò che scrivo. Spesso mi ripassa tra le mani qualcosa che ho provato a mettere su carta tempo fa e lo posto adesso. A volte pesco dai social a cui sono iscritto. Altre volte invece trasferisco ciò che ho postato da Tumblr, che fino a pochi giorni fa era “il mio posto”. Abbiate la pazienza (e magari anche la voglia) di leggermi, e come si dovrebbe fare sempre, anche di leggere tra le righe.

E poi ci sono io…

E poi ci sono quelli strani, quelli della mia categoria. Quelli che appena fatta la doccia, la sera, dopo una giornata di merda, si tirano su il cappuccio della felpa, si versano una dose generosa di Jack Daniel’s, si accendono una sigaretta e si piazzano sul terrazzo. E quelli strani, quelli della mia categoria, restano in silenzio assorti a guardare un cielo notturno carico di nuvole. E pensano, o almeno ci provano. Sì perché il monolocale gli sta stretto e hanno bisogno di spaziare col pensiero, hanno assoluto bisogno di togliere le briglie a quei due neuroni e farli girare liberi nei pensieri, sulle onde di un mare che dal terrazzo non si vede. Hanno bisogno di ricordare quel profumo, quel melone tagliato a pezzi, quella cioccolata all’arancia. Ma soprattutto hanno un immane e smodato bisogno di non perdere il contatto con il ricordo di un certo tipo di persone. E rivivono ogni attimo. Quelli strani la notte la passano così, bevendo da soli su un terrazzo, fumando un pacchetto di sigarette e pensando.

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